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domenica 4 ottobre 2015

L'affido familiare diventa affido professionale


Nel nostro Paese l’affido familiare è poco conosciuto e lo è ancora meno l’affido professionale, nonostante sia una valida alternativa d’amore alla comunità.
In che consiste?
In che modo l’affido professionale si distingue da quello tradizionale?
Innanzitutto, questa particolare forma di affido è stata attivata nel nostro Paese solo negli ultimissimi anni e in pochissime regioni, prevalentemente nel nord (anche se ultimamente pure in Abruzzo).
La Provincia di Milano, infatti, è stata la prima, nel 2002, a sperimentarla - in collaborazione con quattro cooperative sociali poi costituite in ATS (Comin, CbM, La Grande Casa e AFA). 
Eppure, a dispetto di questa modesta diffusione a livello nazionale, l’affido professionale porta in sé un valore sociale assoluto rispondendo ai bisogni di tutti quei bambini “difficili” che altrimenti rimarrebbero a vita in comunità.

Sì perché inutile nascondere che, in molti casi (purtroppo), solo una famiglia affidataria più “competente” delle altre riesce a farsi carico di minori additati come “problematici”(?!).
E proprio in quella che, per pura comodità, chiamerò “competenza”, sta la differenza sostanziale tra affido familiare tradizionale e quello professionale.
Per quest’ultimo si richiede la presenza, in famiglia, di almeno una figura professionalizzata (con laurea in scienze psicologiche, piuttosto che formative, o educative o servizi sociali) quale futuro “referente” del progetto di affido.
E anche qui, come nell’affido familiare classico, la famiglia può essere di ogni tipo: single, coppia coniugata o convivente, con o senza figli.
I genitori professionali, proprio perché formati nel sociale, hanno gli strumenti per accogliere al meglio i piccoli nel rispetto del loro mondo e mantenendo i legami con le figure genitoriali naturali.
Si tratta di un servizio di amore ancora più consapevole, se possibile.
L’età dei minori copre una fascia molto ampia: dai neonati ai diciassettenni.
Generalmente si tratta di bambini “impegnativi”, “più arrabbiati di altri”: per abusi sessuali subiti, o maltrattamenti, o provvedimenti penali.
Oppure lo sono per una disabilità psicofisica pesante.
Non mancano i neonati, in attesa di sistemazione definitiva; per non dimenticare i minori stranieri non accompagnati, conosciuti meglio con l’acronimo MSNA.  
L’affido professionale diventa quindi un’alternativa riparativa e contenitiva del loro equilibrio spezzato, della loro rabbia, dei traumi irrisolti.
La durata dell’affido professionale ha un tempo stabilito di due anni (al massimo con un anno di proroga).
La temporaneità qui è una regola imprescindibile.
Al termine dei due anni l’epilogo per il minore può essere tra i più diversi: dal rientro nella propria famiglia di origine, all’inserimento in una nuova famiglia affidataria fino al compimento della sua maggiore età.
Insomma, l’affido professionale è a tutti gli effetti “un progetto ponte” interamente finalizzato ad accompagnare il minore verso una situazione definitiva.
Ciononostante, come succede nell’affido tradizionale, dopo la “scadenza burocratica”, i rapporti tra piccolo e famiglia affidataria sono tutelati e mantenuti.
Non sono rari i casi in cui, nel rispetto dell’amore e della continuità di affetti nati durante i due anni di affido professionale, la famiglia affidataria esce dal progetto per portare avanti, con lo stesso bambino, un affido familiare volontario fino al diciottesimo anno d’età.

Se t’interessa e hai le “competenze” (!) giuste, consulta il link http://www.affidoprofessionale.it/

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