martedì 29 dicembre 2020

Omosessualità, Single e Affido familiare: “Io, in affido a una coppia omosessuale”

 


Palermo, 2014: uno dei primi casi di affido a una coppia omosessuale.


Riportiamo parti dell’intervista (cfr.27esimaora.corriere.it, 22 Settembre 2014) rilasciata da Marco quando, appena maggiorenne, ha raccontato il suo affido e la sua storia familiare.

Al tempo erano passati appena 15 mesi da quando era entrato in famiglia affidataria: “Se fossi rimasto a casa probabilmente non sarei mai arrivato al diploma. Adesso lo so, ma è stato difficile”.

Il suo è stato uno dei primissimi casi in Italia di affido a una coppia omosessuale: Massimo e Alessandro, palermitani come lui, non hanno esitato ad aprirgli casa quando ormai Marco era “convinto che non sarebbe più stato possibile”.

Marco è entrato in comunità a 11 anni; i suoi fratelli, molto più piccoli di lui, sono andati subito in affido, ma lui era adolescente ed era più difficile trovare una famiglia accogliente: “In comunità me lo hanno detto senza mezzi termini: Rassegnati, per te non ci sono speranze, nessuno ti prenderà più”.

Marco, negli anni, ha cambiato tre comunità: “Ogni volta che arrivavo in un posto nuovo facevo fatica a dormire. Mia mamma è stata in comunità con me e i miei fratelli per un anno e mezzo poi ha trovato casa e un lavoro e si è trasferita. Quando se ne è andata è stato difficile ma ho capito che potevo contare solo su di me. Così ho pensato: quando esco da qui devo lavorare, mi serve il diploma e così mi sono messo a studiare”.

Un giorno, a 16 anni compiuti, l’imprevedibile: a Marco gli viene detto che c’era una coppia disponibile ad accoglierlo in affido.

Io ho capito subito che erano omosessuali e ho detto di no, però poi ho pensato che avrei dovuto conoscerli e ho scoperto che gli omosessuali non sono come in tv: cosa fanno la notte è una cosa privata, di giorno sono persone normali”, aggiunge con un sorriso.

Inizia così la fase di conoscenza tra la coppia e il ragazzo: “Il primo giorno Massimo e Alessandro mi hanno fatto vedere la casa e la mia camera, poi mi sono addormentato sul divano”, racconta Marco ridendo.

Quando Marco si è trasferito da loro anche sua mamma (che nel frattempo il ragazzo ha continuato a vedere) ne è stata felice: “La scelta l’ha presa anche mia mamma, li ha conosciuti e ha detto: mi piacciono, sono d’accordo. A nessuno importa che siano due maschi. L’importante è che siano persone per bene”.

Così è iniziata la convivenza con tutte le difficoltà tipiche di una famiglia: “Io voglio le cose stirate, mentre loro non stirano – dice Marco – allora ci penso io, tanto mi piace”.

Anche Massimo e Alessandro hanno dovuto fare qualche cambiamento di abitudine: “E’ stata una invasione: non eravamo abituati ad avere un adolescente in casa, il rumore sano della quotidianità”.

Allo scadere dei due anni di affido Marco ha scelto di restare ancora da Massimo e Alessandro, anche se maggiorenne: “Questa per me è una forma di famiglia, loro rimarranno sempre un punto di riferimento”, tanto che la coppia aggiunge sorridente che già gli ha chiesto: “ma quando mi sposo mi fate da testimoni?”.

Marco, negli anni, ha continuato a vedere sua mamma e suo papà pur continuando a vivere da Massimo e Alessandro che hanno sempre avuto ben chiaro la differenza tra affido e adozione, rispettando i legami di appartenenza: “Spesso ci hanno chiesto come ci si sente ad essere papà, ma noi non siamo i suoi padri, siamo persone che hanno fatto un percorso di affido, ben diverso dall’adozione. Il padre e la madre Marco li ha, li vede almeno una volta a settimana, come i fratelli. Gli diciamo sempre che quello che ha fatto sua mamma lo ha fatto per garantirgli qualcosa di meglio. Noi crediamo ci sia riuscita”.

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