mercoledì 27 luglio 2022

COSA FA DIRE ‘BASTA’ A UNA FAMIGLIA AFFIDATARIA O ADOTTIVA?

 



Dopo anni di attività non riesco ancora ad individuare cosa esattamente ad una famiglia accogliente faccia dire BASTA, cosa la spinga ad oltrepassare il limite fino ad arrivare alla restituzione di quello che ormai dovrebbe essere considerato emotivamente un Figlio.

Di seguito ho raccolto solo alcune delle più significative ipotesi tra quelle espresse dalle nostre FamiglieMatte:



LA MANCANZA DI UNA RETE DI SOSTEGNO


- “Non solo le istituzioni, i servizi...ma anche la rete amicale e familiare potrebbe sostenere e invece spesso prende le distanze. Basterebbe veramente poco. Basterebbe che ognuno, se non direttamente, contribuisse a questo progetto d’amore anche solo offrendosi di intrattenere i bambini per un pomeriggio in cui mamma e papà vanno a fare una passeggiata…” (Francesca)



UN FOCUS ESCLUSIVAMENTE ESTERNO DA PARTE DELLA FAMIGLIA ACCOGLIENTE


- “Personalmente il motivo principale che ho visto (…) è l’infrangersi dell’aspettativa rosea di fare del bene (...) Credo che lo scoraggiamento prenda il sopravvento sull’entusiasmo quando io, genitore, mi attacco all’idea ideale che ho di me e non sono disposta ad infrangerla, ad accettare le mie (umane) parti orribili, che mi fanno sbagliare, sclerare, maledire (…) Se mi arrocco sul: mi tiri fuori la parte peggiore e non voglio vedermi così, io nota integerrima competentissima genitrice e donna...La colpa è spostata fuori, sul bambino, sui servizi, sui genitori…Non è (solo) fuori il nucleo del problema” (Ilaria)


- “Tante volte si vede solo il figlio/la figlia come “problema”, cioè si guarda fuori di sé. Ma tante volte il limite sarebbe spostabile se conoscessimo meglio le nostre zone fragili “ (Maria Chiara)



QUANDO IL BAMBINO PRESENTATO DAI SERVIZI NON E' QUELLO ARRIVATO IN CASA


- “Succede che gli assistenti sociali e il neuropschiatra infantile non ‘conoscano’ il bimbo/a che hanno in carico. Per negligenza, superficialità, lavoro mal gestito. E quindi arriva alle famiglie un piccolo/a talmente problematico che non ce la si fa. Con dolore ma non ce la si fa” (Silvia)


- “Servono presentazioni maggiormente veritiere del bambino. A volte i bambini vengono presentati da persone che poco li conoscono e che tralasciando aspetti determinanti del loro comportamento e della loro storia...per esempio non tutte le famiglie sono emotivamente pronte a sostenere minori con gravi disturbi oppositivi provocatori” (Beatrice)


- “Io penso che in affido e adozione le motivazioni a volte siano diverse, a volte uguali. Credo che alla base ci sia una sopravvalutazione delle proprie motivazioni, delle proprie capacità, delle proprie risorse economiche, della propria solidità di coppia. Più la sottovalutazione della realtà di un bambino/a con traumi. Poi c'è il fatto che il bambino/a non sia ciò che viene descritto al momento della presentazione "burocratica". Molte cose omesse, molte dimenticate. Di fatto spesso una famiglia poi si trova a non essere capace di affrontare ciò che era considerato oltre i propri limiti. Poi secondo me c'è questa cosa mentale che si può restituire... Quindi una sorta di scappatoia che con un figlio biologico manco ci si immagina. Questo, sempre per me, alimenta ancora di più il distacco e non fa percepire a fondo il legame del "per sempre" che dovrebbe invece essere ben chiaro, prima di maneggiare sentimenti di minori. Poi ci si mette la difficoltà oggettiva di problematiche sanitarie che saltano fuori dopo e non si sa come affrontare perché nessuno parla chiaro e spesso manco si hanno le autorizzazioni per fare ciò che è necessario” (Valy)


SE LA FAMIGLIA SI SENTE ABBANDONATA DAI SERVIZI


-"Cosa fa fallire un affido? L'impotenza davanti ad una realtà nascosta, il non poter aiutare il ragazzino con psicologo o altri professionisti perché non si è autorizzati. Le problematiche psichiatriche e l'abbandono dei servizi. Le bugie dei servizi sociali. E poi la coppia che scoppia...equilibri che si frantumano (…) Quando ho chiesto spiegazioni di certe situazioni, mi è stata negata la conoscenza di questi problemi, grande bugia(…) ne ho avuto poi prove dimostrabili” (Anna)


- “Il sentirsi soli...non dimenticherò mai l’assistente sociale che mi disse: l’ha voluto? Adesso pedali!!!” (Sonia)


- “Poco se ne parla, ma esiste ed è la depressione post adozione/affido. Esattamente come quella post parto. Un figlio prima di creare serenità crea scompiglio, se poi un figlio porta con sé anche un bagaglio pesante di situazioni e traumi che riverserà inevitabilmente nella coppia/persona singola è ancora più caos. Perdere la strada è un attimo e i sostegni durante il post adozione/affido dovrebbero essere più presenti ancora del pre. Rimango inoltre dell'idea che tutelare fino allo sfinimento il legame biologico anche dove è palese non ci sia legame affettivo non è cosa buona. Ci sono legami che andrebbero interrotti e basta, per i minori che riverserebbero meno traumi nella nuova famiglia oltre ad essere meno traumatizzati loro in primis” (Darika)


E SE IL MINORE NON FOSSE ADEGUATAMENTE PREPARATO AL PROGETTO?


- “E se invece fosse il minore a non essere pronto all’affido o all’adozione? Se non fosse il momento giusto per fargli questo salto nel buio? Se non fosse stato adeguatamente preparato dagli operatori della comunità e il suo trasferimento in famiglia non fosse altro altro che un fallimento annunciato? A quel punto quali e quante responsabilità sarebbero riconducibili alla famiglia accogliente?” (Karin)


QUANDO MANCA UNA VERA MOTIVAZIONE INIZIALE

- “Credo che chi sceglie di troncare un percorso ha due motivazioni:Il cambiamento di equilibri e situazioni non previste; La mancanza di una vera motivazione iniziale” (Giovanna)


- “Penso sia molto difficile parlarne senza sentirsi giudicati. Si potrebbe partire dal riflettere su ciò che ci ha fatto dire di SI, e su come poi la realtà sia stata troppo diversa da quello che ci si era immaginati…a volte dire No può essere difficile ma salva da situazioni di rischio per tutti” (Stefania)



NON SAPERE CHIEDERE AIUTO AL MOMENTO GIUSTO


- “E’ molto pericoloso non saper chiedere o non riuscire a trovare sostegno professionale prima del punto di non ritorno” (Sandro)


- “Tante mancanze ma anche da parte delle stesse famiglie accoglienti. In alcuni casi una volta che hanno portato a casa il figlio, la famiglia non è più disponibile a mettersi in gioco vedendo la presenza di assistente sociale o psicologo come una interferenza nel proprio quotidiano (…) Il timore di essere giudicati, non ritenuti all’altezza del compito, frena molto” (Rossana)

K.F.



6 commenti:

  1. Credo che arrivare a restituire "che brutta parola"un minore è una scelta difficile ma molti dei commenti postati purtroppo sono veri. Personalmente ne abbiamo vissuto di persona più di qualcuno quindi non
    giudico

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  2. La non collaborazione dei servizi sociali …. E l’essere trattata come se avessi commesso un reato … la famiglia affidataria ha bisogno di collaborazione , specialmente quando si prendono bambini sopra i 10 anni di età …

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  3. Come coppia nel momento della partenza eravamo già disunite. Io mi ero resa conto che un bimbo di 10 per me era troppo mio marito forse era pronto .. in tutto ciò mi sono sentita abbandonata e giudicata da tutti e forse avevano ragione ma non sono riuscita ad andare avanti. I limiti? Tanti.., illudere un minore il quale era stato informato su di noi mesi e mesi prima e noi sul piccolo non abbiamo saputo nulla fino a 15 giorni prima di partire . Per noi era fondamentale come coppia essere preparati e avevamo chiesto la possibilità di adottare un bimbo di massimo sette anni .. nulla è stato considerato delle nostre esigenze anzi al ritorno ci siamo sentiti persi soli soprattutto io sbagliata ho sofferto e soffro. L’ente punta su corsi sulla lingua io ritengo che bisognerebbe sviscerare la coppia e per quanto possibile comprendere le esigenze che in tutti sono diverse.. noi abbiamo perso tempo prezioso e il bimbo illuso .. ci hanno liquidato dicendoci che tutto ciò è la prassi.. non sapete l’età.. ma la prassi non è legge vs tutto rivisto perché in tutto ciò i bambini dovrebbero essere tutelati non illusi .. io ripeto non sono riuscita ad andare avanti e mi sento solo in colpa.

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    1. Inutile dirti che i sensi di colpa sono inutili:) e che il fallimento di un'accoglienza è il fallimento di tutti gli attori coinvolti, dell'intero sistema, ancor più dei professionisti coinvolti e non tanto delle famiglie (e naturalmente meno che meno dei minori)

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  4. Ho 36 anni e tutti mi dicono di non aver motivo di preferire un bimbo piccolo ad uno più grande, i nostri coetanei hanno tutti bimbi di non più di 4 anni, noi unica coppia senza figli, ho serie difficoltà ad immaginarmi di botto con un bimbo di 8/10 anni… l’ultimo commento di questa pagina, mi ha colpita ed affondata, non era pronta ad avere un bimbo di 10 anni…io sono solo all’inizio e mi sento sotto accusa per non sentirmi in grado di gestire da subito un bimbo più grandicello, ascolto gli altri mi metto in discussione, io sono consapevole dei miei limiti, ma altre coppie potrebbero essere trasportare dal desiderio di diventare genitori e accettare una situazione più grande di loro.

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    1. Personalmente invito sempre le famiglie a misurarsi con le proprie risorse, i propri limiti e (perché no?!) i propri egoistici desideri...e i buoni interlocutori devono sospendere ogni giudizio!
      Questa per me potrebbe essere una delle strade percorribili verso una scelta consapevole di apertura all'accoglienza:)

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