venerdì 21 ottobre 2022

Storie di amore e bambini in affido familiare: “Mio figlio prova senso di appartenenza verso la sua famiglia di origine”.

 





S. è una MammaMatta che, con amore, come tante altre mamme, ha accolto in adozione suo figlio, un bambino maltrattato, abbandonato, ignorato”, davanti al quale è stato difficile “non pensare almeno per un attimo chi me lo ha fatto fare”. Ma con lui S. ha deciso di accogliere e abbracciare anche il suo vissuto familiare, le sue origini di cui oggi il ragazzino va “fiero, come del senso di appartenenza alla sua famiglia di origine, che nel bene e nel male è stato l’inizio di tutto, ma che soprattutto è un passaggio importante nella costruzione della sua identità”.



Posso definirmi, più che una MammaMatta, una mamma innamorata e guerriera. Ma d’altronde sono la mamma di un ragazzo cresciuto in un paese dove l’inverno è una cosa seria ed ai bambini quando si fanno male gli danno il resto. Se ci aggiungi la prima parte dell’infanzia con genitori alcolisti e la seconda in un orfanotrofio si riesce ad immaginare quanto sia spessa la corazza di mio figlio. E quanto anche io mi sia dovuta corazzare, tra week end sulla neve di una città del lontano est europa, infiniti scali osteggiati da piste ghiacciate, pomeriggi in orfanotrofio e libere uscite con gruppi di bambini al seguito avidi di libertà, attese felici dei loro arrivi in Italia con valigie vuote e le devastanti partenze in cui a rimanere vuote erano le case che i nostri cuccioli avevano riempito di presenza e sentimenti.

L’idea dell’adozione è partita da lui, sotto un lenzuolo tra rabbia e lacrime prima di una partenza. Ho affrontato l’imprevedibile, il percorso dell’idoneità in Tribunale, incontrato persone fantastiche nei servizi e nelle aule, poi la fase atroce del suo paese. Il formalismo crudele non certo facilitato dai documenti sbagliati mille e mille volte in ognuno degli uffici deputati in Italia, il rifiuto di quelli giusti per un colore sbagliato o un timbro sbafato, i termini che scadevano, il primo no, le leggi che cambiavano, la famiglia biologica che si riaffaccia. Ogni volta più difficile separarsi, il contenuto della parola mamma diventa sostanza, entra in circolo e si impone sulla genetica, non ricordo più di non averlo partorito, somiglia a me somiglia al nonno. Mi incontro con la sua famiglia. Sua madre mi abbraccia e mi dice grazie di volergli bene, io ho sbagliato tutto. Suo padre mi guarda con occhi di ghiaccio, gli stessi di mio figlio, sua nonna con occhi tristi. Sua sorella cerca la mia alleanza, ed io la sua. Chissà se questa famiglia poteva essere aiutata, probabilmente sì, ma le restrizioni imposte loro dalla Legge ed il lungo tempo che lui avrebbe dovuto ancora trascorrere in un orfanotrofio senza una mamma, senza essere importante per qualcuno, senza i pericoli della vita in comunità, senza che qualcuno avesse fiducia nelle sue possibilità, non lasciano spazio a ripensamenti. Diventa ufficialmente mio figlio alla vigilia di un freddo Natale di qualche anno fa, non è facile per lui, e neanche per me, lasciare il suo paese, due mesi dopo. I suoi pochi amici ancora in istituto, le mamuske più buone. Prima di partire andiamo a casa della nonna, con il tetto di lamiera, dove si rifugiava di notte quando i suoi genitori diventavano pericolosi, dove non c’è stato un posto per lui ma ci sono le sue foto in salotto e nell’album di famiglia.

Mio figlio ha una scheda sanitaria ed una reputazione da bambino con limitate possibilità di apprendimento, che a scuola veniva lasciato girare nei corridoi perché tanto avrebbe potuto imparare poco. In Italia inizia la scuola con bambini molto più piccoli e piano piano sboccia, e le sue possibilità e capacità si affacciano ogni giorno sovvertendo ogni previsione ed ogni diagnosi. L’intelligenza a volte rimane imprigionata nella paura, nelle privazioni, nel dolore, nel bisogno di non pensare.

Suo padre muore poco dopo il nostro arrivo in Italia. Io piango e lui mi dice “perché sei triste, lui mi ha rovinato la vita, l’ha rovinata a tutti”. Ma io piango per lui, per mio figlio, perché non ha avuto il modo, né lo avrà, neanche di rimproveragli quello che non gli ha dato e anche un po' per quest’uomo che forse è stato anche lui un bambino poco amato. Sua madre ha un’altra vita, non lo cerca, né lui cerca lei. Sua nonna invecchia, si lamenta che lui la chiama poco, inizialmente intervenivo ma adesso lascio a lui gestire il suo rapporto con lei. Quella che non lo molla è sua sorella. Lei vuole un rapporto con lui, lo pretende, lo rimprovera, lo ottiene. Lo rende zio. A volte è intrusiva, giudicante, altre richiedente. Lei non ha avuto una famiglia affettuosa, lei la sua famiglia l’ha costruita dalle ceneri della sua vita e pretende le mie attenzioni, il mio aiuto, vuole in qualche modo essere risarcita anche lei. Viene in Italia, a Milano, con la sua bimba ed una cuginetta di entrambi, di cui si prende cura, ed il suo compagno. Li raggiungiamo, mio figlio conosce sua nipote, cominciamo un cammino come famiglia. Vengono a trovarci a Roma, passiamo insieme una settimana di afosa quotidianità. Lei è rude, raramente abbassa la guardia, ma mi ringrazia e mi confessa che dopo anni sente di nuovo di avere un fratello. La sua bimba mi chiama “babuska”, nonna. Adesso vivono in Polonia e tra due settimane andiamo a trovarli.

Quando è arrivato mio figlio era un giocattolo rotto. Non è facile penetrare le difese di un bambino maltrattato, abbandonato, ignorato. Mettersi in attesa, non cedere alla frustrazione, non arrendersi. Non pensare almeno per un attimo chi me lo ha fatto fare. Non mostrarsi più solidi che compassionevoli. Non cercare di farsi amare elargendo regali piuttosto che attenzione, equilibrio, regole. Non è facile, ancora di più forse, ignorare ed accettare gli scetticismi e le provocazioni di chi non approva o non capisce la tua scelta e vi vorrebbe e vi percepisce diversi da una vera mamma e da un vero figlio.

Mio figlio adesso è sereno. Quando è arrivato in Italia non riuscivo a dargli una carezza neanche durante il sonno, adesso mi abbraccia e mi dice ti amo mille volte al giorno. Mi scrive messaggi con scritto “mamma” solo per imprimere questa parola nel suo quotidiano, per leggerla, per immaginarla. Si sta allineando alla sua età, incerto tra il desiderio di autonomia e la gioia e l’incanto di essere accudito da qualcuno. Si sta pian piano di nuovo allontanando da me, ma stavolta per incamminarsi verso la sua vita da adulto senza vergognarsi ed anzi carico e forte del mio amore, ma anche consapevole e fedele alle sue radici, di cui è fiero, ed al senso di appartenenza alla sua famiglia di origine, che nel bene e nel male è stato l’inizio di tutto, ma che soprattutto è un passaggio importante nella costruzione della sua identità”.


Una MammaMatta











3 commenti:

  1. Bellissima storia ❤️ io sono solo all’inizio

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  2. Bellissima storia ❤️ io sono solo all’inizio, mi auguro un giorno di poterla raccontare anch’io 🙏🏻. Sono bambini che ti “rubano” il cuore e l’anima. Peccato che molto spesso sono dimenticati da tutti e dobbiamo sempre lottare per dargli quello che gli spetta di diritto…una famiglia e tanto amore!

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  3. Bello e vero il racconto del disgelo di tuo figlio. Conosco questa lunga stagione.

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